Ritorno in Italia

Mestieri
medicoLivello di scolarizzazione
laureaPaesi di emigrazione
Croazia, LibiaData di partenza
1946Periodo storico
Periodo post seconda guerra mondiale (1946-1976)

Nel 1951 Vladimiro Pahor si laurea in medicina a Zagabria, e sposa Neda Roth. Nel 1956 nasce il primogenito Marco. Nel 1960 diventa primario del reparto di medicina interna all'ospedale regionale di Nova Gradisca. Ma il regime comunista comincia a stargli stretto. Nessuno può dirgli cosa dire e cosa fare, né i fascisti né i comunisti. Approfittando di un congresso medico scappa e torna in Italia con la famiglia.
Nel maggio del 1960 ricevetti l’invito per partecipare ad un congresso medico in Italia. Decisi di approfittare di quell’occasione per sparire. Vendetti l’automobile al meccanico Piccolo, dicendogli che gliela avrei consegnata non appena avessi comprato una nuova. Chiesi il visto per l’Italia, mi venne rifiutato. Sicuramente sospettavano delle mie intenzioni, dopo la minaccia di far intervenire il consolato italiano e l’ambasciata, essendo io cittadino italiano, il visto mi fu concesso. Quasi in punta di piedi, con la piccola valigia salii sul treno per Zagabria-Lubiana-Trieste. Ore interminabili di tensione e trepidazione, con la paura di essere fermato da un momento all’altro. Il treno andava così lentamente che la tensione mi esaurì e passai il confine completamente afflosciato. Finalmente Trieste. Scesi dal treno e respirai profondamente, moto profondamente, come se cercassi di espellere con l’aria tutto il mio passato. Mi sentii leggero, come se un grosso masso mì fosse stato tolto di dosso. Corsi all’ufficio postale e mandai una lettera raccomandata dando le dimissioni all’amministrazione dell’ospedale di Nova Gradiska. L’amministrazione e le autorità ignoravano le mie dimissioni, mandandomi loro una lettera di licenziamento, motivandola con la riorganizzazione dell’ospedale e della sanità della regione e che di conseguenza non avrebbero più avuto bisogno dei miei servizi. Io ero molto conosciuto in tutta la regione ed anche fuori di essa, specie dalla parte bosniaca. La gente, non vedendomi più, chiedeva dove fossi e cosa mi fosse successo. Qualcuno, certamente la polizia politica che aveva la coscienza molto sporca, diffuse la voce che ero morto in Italia in un incidente stradale. Quando oggi mi ricordo di quei tempi non mi pare credibile, ma era vero.
L’associazione dei cacciatori del luogo mi ha fatto i funerali virtuali con discorsi, come per tutti i morti, adulatori e commemorativi, e con spari a salve in mio onore da parte di tutti i cacciatori alla fine della cerimonia funebre. Così ho potuto continuare a vivere tranquillo, i miei funerali erano già stati fatti. A mia moglie Neda, per loro ancora cittadina jugoslava, fu negato il passaporto ed il visto per raggiungermi assieme al figlio in Italia. Tramite conoscenze venne ricevuta da un dirigente della polizia politica della Croazia. Dopo aver spiegato le vessazioni dei suoi colleghi a Nova Gradiska verso di me, sí adoperò per farle avere il passaporto ed il visto per l’Italia. La prima cosa da fare in Italia era mettere in regola la mia laurea in medicina. Andai a Roma, dove già ero iscritto all’università, a fare le prescritte esercitazioni per l’ultimo anno accademico e prendere le firme dei professori e prepararmi per gli esami richiesti. Ne dovevo fare diciassette. Non era facile. Anche l’italiano, dopo più di dieci anni d’assenza, non è che scorresse fluido, tanto non mi scorreva mai fluido. Dovevo almeno sfogliare un’enorme quantità di testi medici ed assuefarmi alla terminologia medica in italiano. Dovevo affrontare anche l’esame sulla storia della medicina: nomi, date, che sempre ignoravo, non ritenendole importanti per l’applicazione pratica della medicina. Non le ho mai sapute, nemmeno studiate. Agli esami non di rado erano richieste da qualche professore novello. Era richiesto il tirocinio pratico presso vari reparti della durata di sei mesi. Avendo alle spalle dieci anni di esperienza ospedaliera, chiesi alla facoltà di esserne esonerato, ma la burocrazia irrazionale si rifiutò. Mi rivolsi al Ministero della Pubblica Istruzione con annessa documentazione, e mi esentò da quest’obbligo. Alla fine del 1960 riuscii a diplomarmi con 105/110.
Il viaggio

Mestieri
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