Swarga Dwar

Mestieri
insegnanteLivello di scolarizzazione
laureaPaesi di emigrazione
IndiaData di partenza
1996Periodo storico
Periodo contemporaneo (dal 1977 ai giorni nostri)Lucia Giroletti propone una sintesi molto intima e sentita dell’esperienza vissuta nel 1996 a Swarga Dwar (“Porta del cielo”), lebbrosario di Taloja in India fondato nel 1984 da padre Carlo Torriani, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere).
Carissimo PC.,
8/9/’96
appena arrivata in Italia, l’India si è trasformato in un vulcano in perenne eruzione. Di notte il mio sonno è accompagnato dalla immagini di S.D. che appaiono ad intermittenza come flash, a volte mi sveglio e non so più se mi trovo nella mia stanza di S.D. o nella camera di casa, accendo le luci per ritrovarmi, al mattino mi sento attraversare da un’energia forte, è un appuntamenti immancabile. Durante il giorno quando parlo con mamma, papà, sto ad osservarli come se fosse da molto tempo che non li vedo, mi accorgo che il loro volto richiama per qualche particolare casuale uno dei volti conosciuti a S.D.: da una parte, l’amore che ho provato istintivamente per i nuovi amici di S.D. si riversa su mamma e papà superando come d’incanto le incomprensioni che possono esserci tra genitori e figli; dall’altra, la consuetudine giornaliera che ho con i miei familiari contagia i visi di S.D., non li rende apparizioni momentanee, quasi folgorazioni di un attimo, ma li fa presenze costanti e compagni di viaggio di una vita intera. In casa ho ammassato tutto quello che potevo strappare da S.D. e dall’India: cambio stanza, ma l’India è sempre lì, già ambientata tra oggetti familiari, a dirmi che è con me, certo a me il compito di riconoscerla. Quando vado per Gallarate, tornano le immagini di Bombay: se entro nei negozi per comprare qualche cosa, mi sembra di compiere un’azione lontana che ha sapore di memoria antica, qualcosa che ho sempre fatto a cui sono stata abituata che giunge come un’eco da quella parte di vita che precede l’India; compio i gesti nel negozio come se input, a me sconosciuti, dettassero il mio comportamento; la parte viva di me sta arroccata all’ombra dell’India, chiede perdono per ogni gesto di offesa e di tradimento. Ogni volta mi ritrovo a raccontare più volte la mia esperienza: mi ascolto e scopro che narro usi e costumi che sono l’India ma non la Missione. Ho pensato di distribuire un foglio a chi mi ha seguito da casa in questo viaggio, lasciando che le parole scritte parlassero meglio di molti discorsi. Questo il testo:
Swarga Dwar
Appena arrivati a Bombay, colpisce la quantità di gente, è un continuo movimento di persone che compaiono, scompaiono, si succedono le une alle altre… quando ti immergi in questa folla, ti senti immobile a paragone della velocità dei loro movimenti, ti sembra di essere capitato in un film che è fatto scorrere a velocità rapidissima… tutto sembra che sia in procinto di schiantarsi, le auto si inseguono, superano in doppia o tripla fila, stringono a destra e a sinistra, sussulti ad ogni claxon assordante e chiudi gli occhi per non vedere la gente che attraversa la strada, mucche o asini che occupano pacificamente una corsia intera per sé… eppure nonostante l’impressione che ricevi di incipiente schianto, a poco a poco t’accorgi che tutto quello che ti circonda resta integro e intatto, l’unico solo e vero schianto è quello che avviene dentro di te… ti sembra che ti manchi il respiro, stai per soffocare in tutta la profonda miseria e povertà che ti circonda, non azzardi nessun pensiero, ti limiti ad ascoltare o forse a difenderti dalle sensazioni che, sussultanti, si susseguono in te… troppo dolorante stare ad osservare la gente, le sue case, i bambini sporchi, Io sguardo sembra come appesantito e gravato, a fatica cerchi un po’ di refrigerio, spostandolo sugli oggetti e sulle cose, se non altro sono immobili, non hanno quel vitalismo, quell’energia di movimenti delle persone che sembra addirittura sproporzionata alla loro miseria.., ma anche qui gli oggetti sono palazzi costruiti per metà e già anneriti dalla sporcizia, camion rovesciati sulle strade e abbandonati… ti sembra che la povertà in ogni modo voglia diffendersi dalla tua presenza invadente, solo più tardi scoprirai che la povertà ha un sentimento forte di accoglienza e ospitalità, è il tuo cuore a essere indurito… le lacrime ti salgono agli occhi, vorresti piangere, avverti improvvisamente che il tuo individualismo, l’attenzione costante che mostri verso il tuo io, i suoi pensieri, le sue arguzie, traballa, vacilla sotto i colpi della folla, prendi paura, il timore di non essere più presente a te stesso ti rende debole… la folla accalca la tua mente, comprime i tuoi pensieri, li riduce fino ad essere irriconoscibili.., avrei pianto volentieri, è vero, ma sarebbe stato esclusivamente un pianto “all’occidentale”, di compassione e pietà esclusivamente per me stessa e la mia pochezza, nemmeno un ringraziamento a questa gente che mi offriva l’occasione di rendermi conto di questa “malattia”… alzo spesso gli occhi al cielo per trattenere le lacrime, m’accorgo di quanto poco sia solita volgere lo sguardo al cielo, sempre troppo impegnata a guardare a livello d’uomo. Padre Carlo ci dice: “ma siete muti?, ecco cosa vuol comunicarci nel suo linguaggio ermetico: “Bombay non vi vuole scoraggiare o far paura con tutta la sua povertà, no, Bombay è pronta ad accogliervi e ospitarvi, non ha intenzione di schiacciarvi, anzi vi mostra il suo cuore sincero, reagite, fatevi forza, lei vi aspetta”. In mezzo alla gente malata e deformata dalla lebbra, il tuo corpo, di cui normalmente disponi con abilità e snellezza, si fa pesante, e grave… ti sembra che non ci sia più frattura tra lo stato di sonno e quello di veglia, si susseguono uniformi, sempre con le stesse immagini di sofferenza e dolore che si accalcano le une sopra le altre. A Swarga Dwar riposo, scoperta la malattia che ha nome di “miseria di sé”, comincio la mia convalescenza: Padre Carlo mi affida ai lebbrosi. Le loro mani monche e i piedi mutilati sorreggono proprio me che nel fango dei campi procedo impacciata, ognuno di questi nuovi amici, raccogliendo il riso e poi trapiantandolo, non si scorda di gettare almeno un chiccco nel mio animo. Sento che le forze a poco a poco ritornano, ottengo la mia salute, ma ancora qualcosa in più: la capacità o meglio l’offerta di condividerla con altri. Nei giorni che precedono la partenza, rispuntano le lacrime, purificate e non più egoiste, sono di nostalgia per questo posto e la sua gente, accompagnata al ringraziamento profondo per l’amore e la dedizione subito offertami.
Il viaggio

Mestieri
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