Avventure africane

Mestieri
libera professionistaLivello di scolarizzazione
diploma di scuola media superiorePaesi di emigrazione
MaliData di partenza
1979Periodo storico
Periodo contemporaneo (dal 1977 ai giorni nostri)Strade polverose, pneumatici forati, cibo in scatola, città meravigliose: il viaggio attraverso il Mali di Clementina, nel 1979, è una sequenza senza fine di colpi di scena.
Domenica 28 dicembre
Segou – Dienné Partiamo verso le 8 e siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. Passiamo per Segou, che è la seconda o terza città del Mali per importanza. Il mercato è molto bello. Verso mezzogiorno ci fermiamo per mangiare: sardine, tonno, pane e cocomero. Poi ripartiamo e abbiamo ancora 200 km di tragitto prima di arrivare al traghetto. Bisogna arrivare prima del buio, spiega Marcello, perchè altrimenti “caronte” non ci porta dall’altra parte. Pare che il traghetto sia affidato ad un signore che fa un po’ quello che gli pare, l’anno scorso è sparito per qualche mese perchè aveva la moglie incinta e non voleva lasciarla sola. Ad un certo punto ci accorgiamo che il camion appoggio non è più dietro di noi, allora ci fermiamo tutti in un piccolo bar e aspettiamo. Aspetta aspetta, passano due ore. Finalmente Fabio si decide a prendere una land e a partire: il camion ha forato, i neri non sapevano come fare per trovare gli attrezzi e cambiare la ruota, così hanno aspettato che arrivasse qualcuno di noi. Intanto è passata quasi un’altra ora. Nella attesa saliamo sulle land ed andiamo a visitare un piccolo paese che si trova nei dintorni. Una donna gentile mi offre una tazza d’acqua, in segno di ospitalità, non ho il coraggio di accettarla, Giorgio di Trieste ha più coraggio di me e beve (e non gli accadrà «nulla di tragico). A sera inoltrata arriverà anche il camion, e bisognerà andare da qualche parte non so dove a cercare le camere d’aria. Alle 19 mangiamo nel bar; il vitto locale è immangiabile, così io ritorno alle sardine e al tonno. Verso le 20 ripartiamo, a pochi chilometri dovremmo montare il campo. Troviamo uno spiazzo che può andare bene per l’accampamento, e ci accorgiamo che abbiamo nuovamente perduto il camion, torniamo indietro ed andiamo a cercarlo: ha forato un’altra volta. Ci fermiamo vicino al camion appoggio (ma si appoggia lui a noi o noi a lui?), gonfiamo le tende, le trasportiamo già gonfiate fino ad uno spiazzo, il tutto impiegando ancora un’ora buona. Verso le 24 finalmente possiamo andare a dormire, come al solito fa parecchio freddo, per fortuna non ho dato ascolto a Willy e mi sono portata il sacco a pelo pesante, altrimenti morirei. Sono un po’ preoccupata, Marcello nel pomeriggio ha bevuto molto, mentre eravamo fermi nel bar: ho la netta impressione che non gli importi molto di noi e di quello che dobbiamo fare e vedere. E poi fino a che punto ci si può fidare, su queste strade maledette, a farsi trasportare da un autista ubriaco? Mi infilo nel sacco a pelo e mi addormento; come giornata non è stata un gran che.
Lunedì 29 dicembre a Dienné
Partiamo verso le 8 e alle 9 il camion fora un’altra volta. Come dio vuole, arriviamo a Dienné: con le auto fino al traghetto, sul quale montiamo a piedi per non fare troppa coda. Fa molto caldo. Sull’altra riva del Bani ci sono alcune splendide ragazze negre che fanno il bagno, i nostri maschietti sprecheranno chilometri di pellicola per immortalarle. Con un taxi locale, dopo molta attesa, riusciamo a raggiungere il paese. All’ingresso il taxi investe un agnellino, sventrandolo completamente, e non è un bello spettacolo. Dienné é bellissima, ma ci sono troppi turisti. Mi accoglie con un piccolo bar dove, per l’unica volta durante tutto il viaggio, potrò bere un’aranciata ghiacciata. Il mercato è stupendo, pieno di colori e di odori, si vende di tutto, dalle spezie alla carne, al pesce secco, alla liquerizia, al sapone, alle mille polpettini e frittelline fatte di chissà che cosa, agli abiti smessi provenienti dall’Europa e che ai locali non servono affatto.
La moschea è stupenda, costruita in banco, i tappeti non esistono, solo sabbia fresca sotto i piedi. Peccato, un sedicente guardiano spiega che per tenere in ordine la moschea occorre denaro, e così chiede un’offerta ai turisti per poter salire fino in alto ed ammirare il panorama della città. Non versa dirgli che io sono musulmana e che ho diritto ad entrare: dovrà pagare lo stesso. Ma vale la pena di salire e di godere lo spettacolo del mercato visto dall’alto. Poi un ragazzino ci accompagna in giro per la città: vicoli stretti, polverosi, bambini dappertutto, capre, pecore e miseria. Ci porta da un piccolo orafo dove acquistiamo oggettini d’argento per poche lire; un artigianato povero, di gente povera. Al ritorno troveremo una poco piacevole notizia: una delle land, la nostra, quella guidata da Andrea, è in panne. In attesa di prendere decisioni ci fermiamo per mangiare: anche oggi in piedi, tonno e sardine (è una dieta che co-mincia un po’ a stufare tutti). Alcuni di noi se ne vanno su un’auto guidata da un amico di Marcello, incontrato per caso. Andrea resta a guardia della sua land, che dovrà essere ripa-rata, sopra ci sono il mio bagaglio, quello dei triestini, di Leandro, e di Maria Rosa e del marito. Chiedo ben due volte ad Andrea se non ci sono problemi, mi risponderà deciso di no, che il bagaglio ci seguirà senza alcun problema. Partono le altre due land, una guidata da Fabio e l’altra dall’autista nero del camion (già, il camion dov’è rimasto a questo punto???). Salgo su questa ultima, che è poi quella di Marcello che è partito sull’auto del suo amico insieme con i triestini, Maria Rosa e l’altro Marcello (marito di Maria Rosa), e che è guidata dal nero. L’altra land (con a bordo Rita e Dino, Sandra e Vic, Le e Carla) è guidata da Fabio, e si sa che io non ho alcuna fiducia in lui. Ma la land di Marcello ha un difetto, ha lo sterzo allentato e traballa mostruosamente. La strada per la prima parte è rialzata rispetto al livello dei campi attorno ed abbastanza stretta: ho una fifa maledetta, anche perchè il nero che guida dimostra di non essere assolutamente capace di portare una land, soprattutto con lo sterzo rotto. Infatti dopo pochi chilometri incrociando un taxi locale poco ci manca che finiamo tutti fuori strada. Qui nasce un interminabibile diverbio tra l’autista del taxi ed il nostro; sulla land con me ci sono Carlo e Vince, i Trevisan e Franco. Il nostro autista vuole avere ragione, men-tre ha vistosamente torto; il taxista vorrebbe tenere Vince come ostaggio: bellissima la reazione di Carlo, che esce dal suo eterno torpore per insorgere con veemenza. Alla fine tutto viene messo a posto con il pagamento dei danni, che ammontano (mi pare) a ben tremila franchi maliani. Vince è un po’ delusa: sperava di valere qualcosa di più. Ripartiamo e l’auto balla sempre di più: non ce la faccio, debbo scendere e cambiami di posto con Leandro, che si burla di me per la mia fifa. Il peggio è che così sono costretta a salire con Fabio! Arriviamo a Sevaré e ci attende un campement dignitoso, con camere con doccia e acqua calda, anche se prive di letti. Dato che non ho il sacco a pelo (che è rimasto sulla land di Andrea, di cui abbiamo perduto notizia), dormirò con Leandro sotto una coperta che ci viene prestata dall’hotel; Franco gentilmente mi darà un suo pigiama. La cena è buona e ci mette di buon umore; peccato che sei di noi siano senza bagagli e quindi un po’ seccati.
Il viaggio

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Mercoledì 7 gennaio. Ci svegliamo ed è una favolosa sorpresa: siamo a Timbouctou. Fa freddo. Prendiamo...