Compagni di viaggio

Mestieri
rappresentante di commercioLivello di scolarizzazione
diploma di scuola media superiorePaesi di emigrazione
Argentina, GermaniaData di partenza
1974Periodo storico
Periodo contemporaneo (dal 1977 ai giorni nostri) Periodo post seconda guerra mondiale (1946-1976)Sulla nave che li porta da Genova a Buenos Aires, Pietro e la mamma fanno diverse conoscenze.
Ci si guarda attorno. Dove ci troviamo? Con chi siamo?
C’è bisogno di relazionarsi, di parlare, di verificare, se esistiamo o se ci siamo dissolti, così come si è dissolto quel mondo dal quale ci siamo appena staccati e che adesso non c’è più!
“Signù! E vue chine siti? E duve veniti? E duve jati?”. Sento mia madre chiedere alla donna accanto a noi, quella del gomitolo rosso.
La signora ha con sé tre figlie e va a raggiungere il marito emigrato in Argentina, a Buenos Aires. “Pure nui jiamo là!” “Accussì potìmu fare u viaggiu inzieme!”.
Mare, mare, mare e cielo.
Un’unica linea, là all’orizzonte, separa i due elementi.
Da diversi giorni sto chiuso in cabina.
Mia madre è stesa nella cuccetta là in alto e una scaletta metallica accostata ai letti serve per salire e scendere. La sera viene Carmelina a prendermi, una delle tre figlie della signora del gomitolo per portarmi a mangiare. A volte tutte e tre insieme le sorelle vengono a prendermi e arrampicandoci su per scalette metalliche strette, arriviamo in un grande salone, con tanti tavoli dove tanta gente sta a mangiare.
La minestra ha un sapore strano, anche l’acqua. Le arance sanno di medicina.
Poi, dopo mangiato, mi riportano giù da mia madre e resto lì fino al giorno appresso.
A volte pure a me fa male lo stomaco, ma non vomito, come fa sempre mia madre.
Quando fa male lo stomaco e tutti vomitano, dicono che il mare è mosso, che “si balla”. I marinai però non vomitano, anzi sembra che loro siano immuni da questa malattia. Quando si “balla” e si vomita, loro scherzano e ridono.
Quanto è buio questo bastimento! Vedo la luce solo quando qualcuno mi porta su a prendere aria. Una volta mi ha portato su, a prendere aria, non una delle ragazze, ma un uomo, un marinaio. (Da molti giorni non andavo a prendere aria). Mi sentivo strano. Da quando eravamo partiti con il bastimento, avevo avuto attorno a me, solo figure femminili, molto affettuose e rassicuranti. Adesso mi sentivo orgoglioso di essere con il marinaio; appartenevamo allo stesso ceppo, anche se lui era molto diverso da me e non è che mi prestasse tanta attenzione. […]
Quanto durò il viaggio? Non lo so! Dopo mi dissero che per attraversare l’Oceano Atlantico impiegammo trenta giorni.
Quando transitammo per l’Equatore, diedero una festa. Ci furono fuochi d’artificio e l’orchestrina della nave suonò.
I giorni che precedettero l’arrivo all’Equatore fra i passeggeri ci fu un gran parlare. Bisognava mascherarsi, mostrare molta allegria. A me sembrava che arrivare all’Equatore fosse come giungere alla fine della terra, senza sapere poi cosa ci fosse oltre, che cosa ci aspettasse. Pensavo: lì finisce il mare e poi c’è il baratro!
Questi erano i miei reconditi timori. Di questo ovviamente non ne parlai con nessuno.
Parlare? L’attraversamento dell’Oceano fu un viaggio muto, non ricordo di aver mai parlato con qualcuno. Con chi potevo parlare? Mia madre stava sempre male.
Non ricordo di essere mai stato con lei sul ponte, all’infuori del giorno della partenza, quando guardavamo la terra allontanarsi.
Il viaggio

Mestieri
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