Ferito dal padrone

Mestieri
Impiegata del ministero degli EsteriLivello di scolarizzazione
diploma di scuola media inferiorePaesi di emigrazione
SvizzeraData di partenza
1956Periodo storico
Periodo post seconda guerra mondiale (1946-1976)

Liliana Fuggi, impiegata al consolato italiano di Berna in Svizzera, racconta sul proprio diario un episodio che coinvolge un emigrato italiano, un lavoratore che ha subito violenza dal proprio “padrone”.
Mentre io a macchina scrivo i fatti miei (alternandoli al lavoro d’ufficio), le piccole e grandi tragedie si susseguono per tutta la mattina. Adesso il collega R. riceve un certo Paganò; colgo brani di frasi del tipo: “Questo non è paese di pastasciutta alle vongole!” Questa specialità sembra suscitare più sorpresa che desiderio nel lavoratore che si lamenta di mangiare male, lavorare dodici ore al giorno e non poter dormire perché l’hanno sistemato con una brandina in un fienile.
“E che sarà mai! Tutti dobbiamo fare dei sacrifici pe’ campà! Ti ripulisci un po’, mandi qualche soldo a casa…” Paganò comincia a piangere sommessamente. “Ecco l’effetto della parola casa su questi bambinoni!” Veramente ora il bambinone si dà sonori schiaffoni urlando: “Disgraziato che sei nato!” e tirandosi i capelli.
“Basta!” fa il collega F. all’altro tavolo con tono militaresco, mentre R. con le mani congiunte alza gli occhi al cielo e si rivolge a Sant’Antonio, il suo santo patrono: “Che cosa devo fare io per Paganò che sta pazziando, dimmelo tu!” Non avendo ottenuto risposta si rivolge a me, con le sopracciglia aggrottate, più per cercare un’ispirazione che un consiglio. “Ma il capo, in questi casi…” Svolazzo illustrativo della mano “Eeeeeeeh! Il Capo!” e si mette a sparpagliare le carte del povero Paganò.
Questi, improvvisamente docile come un agnellino, getta lì come un sasso in mezzo allo stagno (di documenti). “La mia disgrazia è stata di addormentarmi nel vatere del treno…” “Che cosa?!” Ecco che R. si alza, agita le braccia camminando per la stanza.
“Gesù! Gesù! Madonna del Carmine!” Dopo questa accorata imprecazione, tanto più sorprendente appare quel dito improvvisamente puntato su Paganò e la voce collerica “Stai attento a quello che dici! Non mi fare fesso sennò…” (Sennò che cosa gli fa?).
Segue un dialogo serrato che non trascrivo; (a volte mi dà certe occhiate il collega…). Bene, mettiamo un formulario in macchina. La storia di Paganò è questa. A Briga è stato trovato svenuto nel W.C. dal controllore che ha dovuto forzare la porta. Stanco e affamato è stato poi condotto all’ospedale (certificato dell’Hòpital Beauséjour, sgualcito e sbatacchiato un’infinità di volte dal collega) “Eccolo qua!” Con il foglietto in mano si attacca al telefono e qui segue una sfilza di “Pardon ma Soeur, merci ma Mère”.
Passando con sorprendente rapidità dalla voce melensa ai soliti urli strozzati si rivolge di nuovo a Paganò: “Qui c’è scritto che eri mezzo asfissiato quando sei arrivato all’ospedale! E mi vieni a parlare di mangiare e di lavoro! Questo dovevi dirmi per prima cosa…” “Io sono alfabeta…” “Tu non sei alfabeta, sei un somaro! Ma la lingua non la tenete per raccontare i fatti! Bene, adesso ti facciamo una bella lettera di scuse per il padrone spiegando la tua situazione, così te ne torni a lavorare in pace”. A questo punto il sig. R. non si aspettava il deciso “no” del Paganò e lo guarda sbigottito. “Io voglio andare a casa mia a morire di fame…” “Ma bravo! E la famiglia? I bambini? Anche loro morire di fame?” Paganò abbassa la testa con uno strano singulto gutturale che sembra uscirgli dal ventre. Forse anche il collega ne ha risentito un brivido di ansia? “Senti Paganò, io sono dietro questo tavolo perché ho studiato e sono più intelligente di te…” “Signorsì!” “Qui non si può cambiare padrone quando c’è tanto di contratto, però date le tue condizioni, voglio fare un’eccezione per te”. E solleva il telefono: “Cher monsieur Jost, cette fois-ci il s’agit d’un cas vraiment pénible…” e mentre parla fa cenno a Paganò di andare ad aspettare in anticamera.
Dopo un po’ entra l’usciere Secchia, che a quanto pare se la cava meglio del collega per far parlare questi poveri diavoli.
“Dottore! questo qua c’ha certe ferite sulla gamba! Con la forca l’ha picchiato quel porco!” Il collega, fuori di sé, urla “Paganò! torna qui a farci vedere queste ferite!” Mentre entra, Secchia gli batte sulla spalla “Sù, Sù, fatti corazzio ragasso!”
Paganò solleva il pantalone e appaiono lunghe strisce appena cicatrizzate sulla gamba. Eh già, per parlare dell’asfissia non ha neanche ricordato le ferite.
Destino volle (a volte la vita ci offre generosamente qualche pagina del libro Cuore) che subito dopo Paganò entra il sig. Hans Rovina, verso il quale il collega si sprofonda in scuse per averlo fatto aspettare. “Un caso veramente pietoso…” e si rivolge a me “Questo signore è un piccolo padreterno per i nostri lavoratori. Fossero tutti come lui!”
Il viaggio

Mestieri
Impiegata del ministero degli EsteriLivello di scolarizzazione
diploma di scuola media inferiorePaesi di emigrazione
SvizzeraData di partenza
1956Periodo storico
Periodo post seconda guerra mondiale (1946-1976)Gli altri racconti di Liliana Fuggi
Il muro del pianto
13 aprile 1956 Inizio a scrivere dopo una settimana che sono qui e controvoglia. Marsiglia doveva essere...