Il lavoro nobilita

Mestieri
elettricistaLivello di scolarizzazione
diploma di scuola media superiorePaesi di emigrazione
Francia, GermaniaData di partenza
1957Data di ritorno
1970Periodo storico
Periodo post seconda guerra mondiale (1946-1976)

Dopo anni vissuti da emigrato tra la Francia e la Germania, Luciano Giovanditti traccia un bilancio amaro della sua vita.
Il lavoro nobilita l’uomo, come diceva mia madre, ed io non mi sono mai sentito così nobile come quando ho vissuto in quelle baracche. Capivo i miei compaesani, li stimavo e apprezzavo il loro sacrificio. Battersi con le sole mani per migliorare la propria esistenza era una sfida. Partecipare era una gioia.
L’impresa metteva a disposizione dei suoi lavoratori, gratis, le baracche, le brande, la lucetta elettrica e l’acqua. A noi italiani conveniva. Si lavorava sodo ma si guadagnava molto. I soldi partivano quasi tutti per l’Italia.
Certi italiani che vivevano nelle baracche in Germania erano già benestanti in Italia con case e terreni, ma la Germania offriva il sogno di arricchirsi di più e in poco tempo. Così. bisognosi o meno bisognosi, gran parte degli italiani si sono imbarcati nei treni, con la febbre di andare a scavare oro in Germania. Infatti, con pale e picconi in mano, scavavano trincee profondissime per inserire dentro i tubi di gas, i cavi elettrici, quelli del telefono e altri servizi, compresi quelli igienici. Malgrado stessero molto attenti, qualche volta la terra straripava e qualcuno veniva seppellito vivo sotto lo sgomento generale. Spesso riuscivano a salvarlo, ma non sempre.
Per vivere l’uomo deve pagare un prezzo. Ma morire in terra straniera e lontano dai suoi era un prezzo altissimo, non tanto per chi moriva, ma per chi lo aspettava al paesello.
Malgrado tutti i nostri sforzi di restare puliti, comprensivi, tolleranti, la convivenza nelle baracche lasciava a desiderare, era lontana dall’essere ordinata. Il caos dominava da maestro. Bastava un contrattempo e si mangiava a mezzanotte, e un malinteso che si cominciava a bisticciare. Lo spazio era quello che era, in quattro metri quadrati chi mangiava, chi tossiva e fumava, chi dormiva e russava, e chi si faceva un solitario per ammazzare il tempo. A notte inoltrata dividevamo la baracca con i campagnoli, topolini grigi, che venivano a rosicchiare gli avanzi di cibo che i più disordinati lasciavano incustoditi nei loro tegamini.
Se non era per i soldi che guadagnavamo, e tanti, c’era da interrogarsi se fossimo veramente degli esseri umani. Quanti aspetti degli uomini mi erano ancora sconosciuti!? Giorno dopo giorno scoprivo l’uomo nella sua nudità, giorno dopo giorno quando mi palesavano un loro segreto, il segreto non mi meravigliava più, giorno dopo giorno con loro scoprivo me stesso e la mia vera natura di uomo. Se non facevo l’errore del compagno, facevo un altro tipo di errore.
Quel tipo di convivenza l’avevamo scelta noi, non potevamo dare la colpa a nessuno. Il nostro progetto comune era di tornare nel nostro paese, in un tempo determinato e con qualche soldo in più. E per realizzare questo sogno non potevamo condurre una vita da cittadini normali. Non avevamo scelta, ci dovevamo munire di comprensione e di tolleranza. Bisognava affrontare il presente con perseveranza se volevamo raggiungere lo scopo del nostro avvenire. Noi, tra l’altro, stavamo ancora meglio di certi altri nostri compaesani: loro vivevano addirittura a sette o a otto per vagoni dove lo spazio centrale era ridotto a un metro di larghezza. Se di notte uno cacciava un braccio fuori dal suo lettino, dava uno schiaffo a quello che gli dormiva di fronte. D’estate, per farsi da mangiare, avevano messo la stufa fuori…
Ogni notte facevo lo stesso sogno, ogni notte volevo portarli con me in un posto migliore, senza terra nelle tasche, senza terra nei capelli, senza terra nelle scarpe, senza terra negli spaghetti che mangiavamo. Ogni notte si staccavano dalla mia mano e tornavano nelle baracche e nei vagoni. Forse avevano paura di volteggiare, forse mi vedevano come un saltimbanco mandato dal cielo per elevarmi al di sopra delle baracche, forse non sapevano leggere nel mio sogno e nel mio cuore, già vecchio di immigrazione. Sognavo che facevo comizi, che cantavo, sognavo le parole, le parole che dicevo loro, sognavo le parole che mi tornavano indietro, tristi, inascoltate… sognavo.
Il viaggio

Mestieri
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