Il passo dei lebbrosi

Mestieri
insegnanteLivello di scolarizzazione
laureaPaesi di emigrazione
IndiaData di partenza
1996Periodo storico
Periodo contemporaneo (dal 1977 ai giorni nostri)Dopo due anni dalla prima esperienza, Lucia torna in India per assistere i lebbrosi. Il racconto della sua seconda esperienza a Swarga Dwar in una “lettera circolare” destinata agli amici.
Lettera circolare ai miei amici al ritorno dall’India Agosto, ’98
Ho sempre pensato che l’estate sia il tempo di una nuova fatica. Fin dalle mie prime vacanze, da sola, ho voluto vivere quel tempo in una realizzazione assoluta, non risparmiandomi a nessuna fatica: fatica di dormire in tenda, fatica di percorrere chilometri a piedi, fatica di resistere a un caldo afoso. Sentivo che quella era la mia fatica personale che eludeva dalla stanchezza giornaliera, ma costituiva quel di più che avrebbe personalizzato il mio slancio verso gli altri. Riconoscevo questa mia tensione nella lunghe veglie ai malati di Lourdes, o nelle nottate in Croce Rossa….Ogni anno, dopo la mia estate, tornavo alla mia quotidianità temprata e rinvigorita, con ricchi propositi per il futuro, segnando a settembre il mio Capodanno personale. Ed eccomi, ancora una volta a S.D.,, dopo un anno di córso FSE, ad attingere forza dalla mia fatica personale. Nonostante la partenza fosse stata decisa da tempo, mi è sembrato di partire all’improvviso: essere già stata in India mi tranquillizzava, mentre l’essere affaccendata nella ricerca del lavoro mi distoglieva dalla giusta concentrazione. Qualcuno sentendo la mia decisione di una nuova partenza, sosteneva che è troppo affrontare un viaggio di questa lunghezza solo per trovare degli amici. Riconosci le loro voci, sperimenti un’emozione strepitosa quando senti ricordare il tuo nome. Nei campi ti allinei al passo cadenzato dei lebbrosi, segui la monotonia infinitesimale dei loro gesti, avverti i pensieri acquistare la stessa ripetitività fino a quando le parole, spossate dal lavoro, perdono significato e raggiungono uno stato che non mi vergognerei di definire contemplativo. Se poi ti aggiri per Bombay, il tuo corpo acquista una pregnanza ossessiva: lo sguardo, picchiettato, sfondato dall’irruenza del mondo esterno è assimilato a quei pensieri, che rendendosi ossessionanti, disperdono la loro consistenza. Abbagliata dal panorama, la vista sprofonda nella cecità Così vengono in soccorso gli altri sensi ad orientare i passi: l’udito resta sospeso nel carnevale di suoni e sente farsi sempre più pesante il silenzio con cui si resta attoniti ad osservare. L’olfatto è inondato da odori nauseabondi che sembrano restare appiccicati addosso alla pelle. Se tenti di appisolarti in treno per prendere respiro dalla fatica, gli occhi sono inchiodati dalla scene di nudità di uomini o dalla deformità dei bimbi che nascondono la loro morte in placidi sonni sulle rotaie della ferrovia. Se, nella mia stanza, cerco di riposare, provo a socchiudere gli occhi, più volte, prima per pochi secondi, poi per alcuni minuti, devono come riprendere confidenza con il buio, i colori sgargianti che sopravvivono nei mucchi di immondizia o le vesti delle donne hanno reso tremendamente abbaglianti le sensazioni di morte e povertà che per abitudine ho assimilato alle tinte cupe. Solo nei sogni riscopro la corrispondenza di fatica che mi lega agli indiani. La mia: fatica di posare lo sguardo su panorami raccapriccianti, fatica di superare la tremenda sensazione di impotenza per approdare a una nuova forma di umiltà che ti guida lungo un processo di purificazione da tante incrostazioni. La loro: fatica di accettare la mia presenza mentre lottano per una rupia in più, fatica di accorgersi che per loro la morte ha le fattezze di una ragazza che porta vesti senza strappi dai colori scuri. S.D., torna sulla mia strada, tappa di un lungo pellegrinaggio lungo i sentieri della vita. S.D. è il luogo in cui si radunano i sentimenti privilegiati: la fede temprata dalle azioni, l’amicizia che scorre tra i sorrisi e le parole incomprensibili, la sofferenza come esperienza che ci accompagna nel tempo, la vecchiaia abbandonata con l’infanzia ritrovata di 4 bimbi. Dice bene chi sostiene che l’India sia che tu la detesti sia che tu l’ami non ti può lasciare indifferente, necessariamente ti pone davanti a te stesso.
Il viaggio

Mestieri
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1996Periodo storico
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