L’approccio con Quito

Mestieri
cooperanteLivello di scolarizzazione
laureaPaesi di emigrazione
EcuadorData di partenza
2011Data di ritorno
2011Periodo storico
Periodo contemporaneo (dal 1977 ai giorni nostri)

È il 2011 e Agostino Arciuolo, giovane laureato in filosofia, è appena atterrato a Quito, in Ecuador dove trascorrerà alcuni mesi per un progetto di volontariato e cooperazione.
Ho appena messo piede in quella che sarà la mia camera da letto per il prossimo mese almeno: pavimento e soffitto in legno, due grandi finestre dagli infissi poco rassicuranti, una vecchia scrivania vuota, tre foto in virato seppia e due rose gialle appese alle pareti; tutto avvolto in un forte odore di tessuto grezzo invecchiato, appena uscito da una prolungata clausura in un armadio tarlato dai decenni. Un’atmosfera di profonda tranquillità domina in tutta casa. Ho posato, senza disfarlo, il pesante bagaglio in un angolo della stanza e, sopraffatto dalla stanchezza accumulata durante il lungo viaggio, mi sono buttato a peso morto nel letto, infilandomi sotto un grosso strato di coperte di canapa: spero mi tengano ben al riparo dal gelo che puntualmente fa visita alle notti stellate dell’estate andina, agevolato dall’altitudine e sorretto da un instancabile vento.
Protetto dalla calda e confortante pesantezza del mio nuovo giaciglio, ripenso agli ultimi attimi in aereo, alle luci della città sempre più vicine, al veloce atterraggio, all’ingresso in aeroporto, alla lunga attesa davanti all’ufficio immigrazione, alle facce lunghe e assonnate degli altri passeggeri; ripenso al timore di non trovare nessuno della Fundación ad attendermi al cancello d’uscita, all’ansia che cresceva man mano che andavo avanti, con il fardello di valigie che mi trascinavo appresso, in quel corridoio di persone e cartelli sollevati, cercando con gli occhi un indizio di accoglienza, una scritta familiare, un volto amico, uno sguardo complice; ripenso al respiro di sollievo tirato nel momento in cui ho visto il mio nome scritto a caratteri cubitali su un pezzo di cartone; ripenso al caloroso benvenuto riservatomi da Edwin, un uomo dalla stazza fisica impressionante (che già alla prima stretta di mano mi ha trasmesso l’impressione tattile di un omone protettivo e dal cuore d’oro), da sua nipote Tuki, una ragazza spigliata con il viso amabile e dolce d’una fanciulla in tenera età, e da Fred, il coordinatore dell’attività di volontariato che già a partire da domattina potrò iniziare a svolgere presso la Fundación Brethren y Unida; ripenso al momento in cui i tre mi hanno fatto salire su una enorme e sgangherata camioneta blu, un fuoristrada vecchio di quarant’anni e dalle dimensioni proporzionate suppergiù alle fattezze del gigante buono suo autista: stretti e sorridenti, dopo circa un’ora e mezza di cammino (durante il quale ho avuto modo di farmi conoscere e rispondere a qualche loro domanda, quelle almeno che riuscivo a capire), siamo giunti al campo base della Fundación, dove Fred mi ha mostrato la casa dei volontari e, dentro, la mia dimora notturna. Qui, dopo esserci scambiati la buonanotte, sono infine rimasto da solo. Ora, stanco, mi rigiro nel caldo ruvido di queste coperte senza lenzuola, e ripenso gratificato alla serie di circostanze positive che mi hanno portato fin qui senza particolari complicazioni. Mi viene da canticchiare, sulla soglia del sonno, che “del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un letto da ricordare”. E, malgrado fossi appena arrivato, il sapore di un nuovo letto già comincia a risalirmi su per le vie olfattive, imprimendosi nelle narici. È tardi, saranno le due passate. Gli occhi si chiudono soli. Tra due minuti già starò dormendo. Domattina si comincia.
Il viaggio

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