Qualcuno fa ritorno

Mestieri
agronomo, fattoreLivello di scolarizzazione
perito agrarioPaesi di emigrazione
LibiaData di partenza
1932Data di ritorno
1959Periodo storico
Periodo post seconda guerra mondiale (1946-1976) Periodo tra le due guerre mondiali (1914-1945)

Ai primi di giugno del 1940, e cioè poco prima che l’Italia entrasse in guerra, la moglie e le figlie di Adriano Andreotti erano state imbarcate sulla nave “Liguria” che le avrebbe riportate in Italia. Da allora sono trascorsi sette anni: Adriano è stato prigioniero degli inglesi, quindi ha lavorato per loro, quindi ha cercato faticosamente di riprendere i terreni che coltivava prima della guerra. Ora attende il ritorno della sua famiglia.
Sono passati più di sette anni da quel lontano giugno del ’40, quando mi fermai a guardare dal lungomare, profilata nel buio, la sagoma nera del “Liguria” che mi portava via la famiglia.
Un’ora prima, scendendo la scaletta della nave – questa volta da solo – avevo incontrato Balbo che la risaliva: era scuro in volto, ma si sforzava di sorridere, per dare coraggio alle donne e ai bambini, prima dell’incerto viaggio.
Lui, certamente, ormai sapeva il giorno e l’ora dell’inizio della tragedia che poi gli costò la vita, ma noi no; noi sapevamo soltanto che tutti i giorni e tutte le ore erano buone e ci accontentavamo di restare appoggiati al parapetto, in attesa che le navi dell’improvvisato convoglio, sparissero dietro i moli. L’aria della guerra, dalle lontane frontiere, gia spirava sul nostro mare e noi ci chiedevamo, ricordo, prima ancora che incominciasse, come e quando sarebbe finita, perché il credere e l’obbedire a tutto quello che ci dicevano, non ci era mai andato giù.
Sette anni! C’è stata una strage, la prigionia, il vuoto, ma ora basta.
Sono qui ad aspettarli, mi hanno scritto che vengono, la prima nave è già in porto, tutti chiamano e chiamiamo anche noi, ma nessuno capisce niente. Però il mare che quella lontana sera sapeva di alghe e di fogna, oggi luccica e odora.
Laggiù, sotto gli alberi, il Campo Maltese; dentro la cancellata la gente in arrivo e noi, ancora lontani, noi uomini, noi babbi, dietro la polizia che ci trattiene.
Noi tratteniamo il respiro. Se ci sono debbono uscire di lì.
Qualcuno si affaccia e gesticola, ma non ricordo più niente. Il cervello mi spaccava le tempie e quando li vidi spinsi, ma una gomitata nello stomaco mi ributtò indietro ed allora mia moglie si mise a correre, trascinandosi dietro le due bambine più piccole. Ma l’ultima, quella che non avevo mai visto, non voleva correre. Per lei, io ero soltanto una parola, ma io l’agguantai, la strinsi, agguantai tutti, strinsi, e nella stretta, non seppi nemmeno più di chi fossero le braccia e le lacrime.
Il viaggio

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