Una distesa di slum

Mestieri
consulenteLivello di scolarizzazione
laureaPaesi di emigrazione
IndiaData di partenza
1998Periodo storico
Periodo contemporaneo (dal 1977 ai giorni nostri)Nell’estate del 1998 Silvia e il marito, Paolo, arrivano in India: lo scalo di arrivo è a Mumbai (già Bombay) e il loro sguardo si posa subito su una città ricca di fascino e di contraddizioni.
14 agosto, Bombay
Guardiamo oltre il finestrino e ci sembra di atterrare sui tetti delle baracche: l’ultima fila poggia direttamente sul muro di cinta della pista. Bombay, all’atterraggio, sembra una distesa di slums.
Ci siamo lasciati alle spalle le pianure color ocra dei deserti di Iran e Pakistan, e quando abbiamo bucato le grasse nubi monsoniche che coprono l’India centrale, il verde brillante delle pianure allagate ci ha riposato gli occhi e ci ha allargato il cuore. Per un attimo abbiamo voglia di autunno, di fresco, di acqua, e non sappiamo ancora che quelle nubi gravide non portano un bel fresco riposante, ma tengono compressi a bassa quota 35 gradi a mollo in un’umidità del 100%. Muovi una mano per estrarre il passaporto e cominci a sudare. Per superare il controllo passaporti abbiamo impiegato più di un’ora: mancavano i moduli, poi c’è stato un black-out e si sono bloccati i terminali. Siamo confortati dal fatto che la nazionale indiana di basket, che ha viaggiato con noi, subisca la stessa sorte. Stangoni alti due metri che in Italia verrebbero prontamente fatti sgusciare fuori da una porta di servizio, aspettano pazientemente che il funzionario verifichi i loro nomi, controlli la corrispondenza fra il loro viso e quello che sorride dal passaporto, domandi al terminale se non esista pregiudizio alla loro entrata nel paese, stacchi il tagliandino e finalmente li faccia passare.
Scegliamo l’opzione “taxi prepagato” consigliata dalla guida. E’ un po’ più cara ma ci eviterà di dover subito litigare col taxista senza avere idea dei prezzi delle corse. Siamo straniti e divertiti dai contrasti: abbiamo lasciato l’ordine asciutto e un po’ severo dell’Iran; qui le strade sono ingombre di animali e gente avvolta nei colori, e la natura straripa da ogni lato.
A Bombay l’India divora piano, con indolenza e tenacia, il ricordo della presenza inglese: le facciate dei palazzi vittoriani affacciati sui viali e sulle piazze sono colonizzate dalla vegetazione che attecchisce in ogni minima fessura. Dietro la facciata, spesso, non c’è più nulla. Anche se per le strade sfrecciano cab neri e bombati, gli autobus rossi hanno due piani e la stazione Vittoria, a guardarla da sola, pare un angolo di Londra. Accanto alla vecchia Inghilterra che immalinconisce e muore, la nuova India ha innalzato i grattacieli altissimi che cingono la baia, e ha riempito le strade di energia: Bombay è il cuore pulsante dell’India che vuole emergere, il motore industriale e finanziario del paese, la città del cinema e una delle poche città indiane in cui esista vita notturna; i ragazzi siedono negli American bar aperti fino a tarda notte, ad ascoltare musica straniera e bere birra.
Leggiamo sulla guida che Bombay ha una popolazione di 15 milioni di abitanti, metà della quale vive senza luce e acqua corrente, e si avvia ad essere una delle città più inquinate del pianeta.
Il viaggio

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